di Christian Febbraro
Oggi viviamo una crisi economica strutturale che colpisce indiscriminatamente diversi settori della società, non è la crisi di questa o quella azienda ma dell`intero sistema capitalistico. Come in passato dopo ogni crisi il capitalismo tenta di ristrutturarsi sulla pelle di milioni di lavoratori. Uscirne a sinistra vuol dire impedire che la ristrutturazione la paghino i lavoratori, vuol dire mettere in discussione il capitalismo e gettare le basi per il suo superamento. Questo deve essere al centro della proposta della lista Comunista e Anticapitalista e deve essere al centro nella scelta delle alleanze, essere alternativi al neoliberismo ed essere anticapitalisti vuol dire essere alternativi a quei partiti politici che sposano la causa della difesa del capitalismo. Riporto di seguito un`intervista, tratta da FalceMartello n 217, a Matteo Gaddi (responsabile del “Progetto nord” di Rifondazione comunista), credo possa essere una buona base di partenza per una seria analisi della natura di classe del Partito Democratico.
“Il Pd del nord non è contiguo al mondo degli affari, il Pd al nord è il mondo degli affari. Di quelli più seri, più strategici e quindi anche più pericolosi.”
Questa è la valutazione di Matteo Gaddi, responsabile del “Progetto nord” di Rifondazione comunista, di cui di seguito riportiamo un’ampia intervista. Gaddi è fra gli autori del volume Osservazioni e analisi sulla Lombardia, curato dall’Associazione Punto Rosso
Non solo uno scimmiottamento della Lega o di Formigoni, quindi?
No, si tratta di un preciso modello di sviluppo, centrato su un determinato orientamento delle multiutilities, sull’intervento nei settori strategici quali energia, trasporti, telecomunicazioni, con forte presenza privata, e su quella che chiamiamo messa a valore del territorio; un’ipotesi strategica maturata in alcuni settori del Pd e che trova il principale referente nell’ex ministro Bersani.
Quindi non è un’invenzione di Chiamparino per mettere assieme qualche sindaco e pesare di più, ma è un’operazione politica che vede nell’intreccio, anzi nella piena adesione e sovrapposizione al mondo degli affari la sua ragion d’essere.
Citiamo le operazioni più significative: processo di aggregazione e privatizzazione delle utilities (energia, gas, acqua, rifiuti, ecc.); alcuni assi di trasporto quali la Tav o il passante di Bologna, la questione formazione…
Quello delle multiutilities è il settore più gravido di conseguenze e più interessante come fronte di lavoro politico. Si noti che il primo processo di aggregazione di ex municipalizzate che ha condotto alla costituzione di una multiutility di scala regionale, quotata in Borsa e con una presenza molto significativa dei privati è avvenuto in Emilia Romagna con la nascita di Hera, cominciata a Bologna nel 1998 con la fusione di Seabo e Acoser (Bologna) e che poi si espande con Meta (Modena), con Ferrara e i comuni romagnoli. In Hera i soci pubblici sono 164 e questa frammentazione implica uno scarso potere di controllo e di indirizzo dei comuni, tanto che presentando il bilancio 2007 l’amministratore delegato dichiara che il modello Hera può funzionare perché i soci pubblici hanno di fatto rinunciato alla gestione diretta, delegandola agli organismi societari.
Iride invece nasce dalla fusione di Aem Torino e Amga Genova, comprende meno servizi rispetto ad Hera, ha una forte centratura sull’energia, ma attraverso un sistema di partecipazioni societarie sta dentro a Smat che a sua volta è nella Società acque potabili (Sap) e sta cercando di espandersi in altre aree del paese prive di società di servizi pubbliche e quindi costrette a ricorrere alla messa in gara, come la Sicilia. Sap, quindi Iride, si è aggiudicata la gestione del servizio idrico integrato dell’Ato di Palermo.
Tra Iride ed Hera c’è Enìa, più piccola, anch’essa con forte presenza privata attorno al 40 per cento e con forti intrecci societari con altre aziende del settore.
Che assetto ha la proprietà di queste aziende?
Il flottante sta attorno al 30-40 per cento, poi ci sono i cosiddetti investitori istituzionali, banche come Intesa San Paolo, fondi come Amber Capital, uffici amministrativi a New York e sede fiscale alle Isole Cayman, che partecipa sia a Iride che a Enìa.
Iride vuol dire Torino-Genova, ossia Chiamparino-Vincenzi, e quindi Pd; Enìa è Parma, Piacenza e Reggio Emilia: ancora Pd, tranne il sindaco di Parma. Hera è tutto Pd.
Il quarto soggetto è A2A, che nasce da Aem Milano e Asm Brescia, che ora sono amministrate dal centrodestra, anche se il processo vide l’avvio sotto l’impulso del Comune di Brescia quando era amministrato dal centrosinistra con Corsini.
L’intreccio col privato è fortissimo, in Asm e quindi in A2A è presente fra gli altri la finanziaria Carlo Tassara Spa del finanziere Zalesky, mentre in Asm Brescia già nel 2002 era entrata Fingruppo legata al gruppo Hopa, Gnutti e i “furbetti”.
Quella che chiamavano “la bicamerale della finanza italiana”…
Esatto. Questo dà il senso del carattere predatorio e assistito del capitalismo. Oggi il capitale, soprattutto quello finanziario, si riorganizza prevalentemente nei cosiddetti mercati sicuri: acqua, gas, energia, rifiuti, servizi, autostrade…
Pd del nord e banche. Alle primarie dell’Unione i banchieri fecero la fila per votare…
Anche qui vedi il ruolo del centrosinistra, questa riorganizzazione del settore bancario con la cosiddetta privatizzazione parte con una legge del 1990 che porta il nome di Amato e si conclude nel 1999 con una legge che porta il nome di Ciampi. In sostanza: privatizzazione delle banche e distinzione tra fondazioni e istituti bancari, ammantando di un’immagine filantropica quelle fondazioni che in realtà costituiscono uno dei principali azionisti degli istituti bancari. Sui territori le fondazioni gestiscono risorse ingentissime, spesso superiori al bilancio del welfare dei singoli comuni, e costruiscono reti di consenso molto forti attraverso il finanziamento al volontariato, spesso gestito con una contrattazione diretta fra associazioni e ente pubblico. In tutto questo il Pd c’è dentro appieno.
Il concetto della sussidiarietà, che su fonda sul principio che lo Stato si debba ritrarre il più possibile dalla gestione dei servizi, della formazione, ecc., può essere considerato la base ideologica di questi processi? L’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà vede la presenza in prima fila di Bersani e Letta in uno schieramento trasversale ai poli. Come si inserisce una struttura quale la Compagnia delle Opere in tutto questo? E quanto influisce la CdO nel Pd del nord e nei suoi gruppi dirigenti?
In una prima fase, parliamo ancora del Pds, ci fu una reazione anche abbastanza sincera di contrarietà rispetto a quanto si andava costruendo, in particolare rispetto alla Legge regionale 31 del 1997, che ha dato origine alla demolizione del sistema sanitario pubblico attraverso il cosiddetto accreditamento, ossia il riconoscimento del diritto del privato ad operare in base a determinati standard. Un minuto dopo, però, i gruppi dirigenti del Pds e poi del Pd hanno subìto la pressione degli organismi collaterali, cooperative e imprese sociali per prime, che hanno pensato di non lasciare solo alla Compagnia delle Opere la gestione di questo mercato molto redditizio.
Peraltro nella CdO ci sono personaggi di origine Pci, quali Ferlini. O sul piano istituzionale si pensi Borghini, ex capofila dei “miglioristi” nel Pci milanese, il quale entrò anche in giunta con Formigoni.
Hanno pensato che ormai il sistema si era imposto e non si trattava più di contrapporgli un altro modello, ma di starci dentro e prendere il massimo, o perlomeno concertare. Le domande di esternalizzazione dei servizi ormai arrivano sia dalle imprese della CdO che da quelle di Legacoop. Sarebbe interessante mappare quali servizi alla persona sono ancora gestiti dal pubblico e quali sono esternalizzati, ci sono interi comuni che non hanno uno straccio di servizio gestito direttamente: l’asilo nido alla cooperativa x, l’assistenza anziani all’impresa y…
Come si articolano in questo quadro parole d’ordine quali proprietà pubblica e controllo pubblico?
Qui parliamo di settori industriali strategici. Penso che a Rifondazione in questi anni sia mancata una attenzione adeguata alle cosiddette politiche industriali. Telecom, energia, industria chimica, traporti, sono settori che tengono assieme più elementi, rispetto ai quali vi sono margini per costruire alleanze sociali ampie.
È decisivo capire che controllo pubblico e proprietà pubblica vanno tenuti assieme, l’uno non va senza l’altro. Ci possono essere aziende pubbliche che in assenza di programmazione, controllo e verifica democratica si muovono come un privato. Oppure possiamo avere programmi pubblici bellissimi, ma che lasciati all’attuazione del mercato portano ai risultati contrari. Il problema non sono i “gelati di Stato”, ma credo che settori essenziali quali chimica, energia, trasporti, telecomunicazioni e tutte le utilities e i servizi ambientali debbano essere soggetti a proprietà interamente pubblica.
Proprietà e controllo pubblico come punto di congiunzione fra diritti sociali, diritti dei lavoratori e battaglia ambientale?
Assolutamente sì. Avendo l’accortezza di saper risalire dalla singola battaglia a questa prospettiva. Partire da tariffe, servizi, lavoro, ambiente per costruire un’idea di pubblico che realizzi questi diritti fondamentali.
Continua..